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Fornero: 36enne la vittima

Pubblicato su da Grunf

Aveva 36 anni l'uomo che intorno alle 19,00 si è gettato dal ponte di Fornero in Valle Strona. Ignote al momento le motivazioni che lo hanno indotto a compiere il gesto estremo: Mirko Piana lascia due fratelli in una famiglia già segnata dal lutto dovuto alla morte dei suoi genitori. Per recuperare il suo corpo sono giunti i Vigili del fuoco del Comando Provinciale di Verbania, i pompieri volontari di Omegna e la Squadra SAF di Verbania. I Vigili del Fuoco hanno recuperato il corpo calandosi dal ponte con tecniche SAF, il cadavere si trovava a circa 25 metri sotto il livello della strada. L'intervento si è concluso solo intorno alle 21,40 quando la salma è stata trasportata in obitorio. Sul posto oltre ai pompieri ed il 118 anche il Soccorso Alpino ed i Carabinieri che conducono le indagini.

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OMICIDIO ALDROVANDI, CARCERE PER TRE POLIZIOTTI

Pubblicato su da Grunf

BOLOGNA - Il Tribunale di sorveglianza di Bologna ha stabilito che Paolo Forlani, Monica Segatto e Luca Pollastri, tre dei quattro poliziotti condannati in via definitiva a tre anni e sei mesi per l'omicidio di Federico Aldovrandi, scontino i sei mesi di pena residui in carcere. Il 18enne fu ucciso a Ferrara il 25 settembre 2005 durante un controllo di polizia in un parco pubblico.

LA DIFESA CHIEDEVA I SERVIZI SOCIALI. I difensori avevano chiesto l'affidamento in prova ai servizi sociali, per il periodo di sei mesi, e, in subordine, i domiciliari. Sei mesi sono il residuo della condanna per eccesso colposo nell'omicidio colposo, visto che tre anni sono coperti dall'indulto. Il 26 febbraio si discuterà della sorte del quarto poliziotto condannato, Enzo Pontani, rinviato per vizio di notifica. La posizione disciplinare dei quattro agenti (dalla sospensione temporanea fino alla radiazione) sarà demandata, invece, ai Consigli provinciali di disciplina delle questure del Nord Italia dove sono in servizio.

LA MADRE DI FEDERICO: "PASSO VERSO CIVILTA'". "Un altro passo nella direzione giusta, un segnale di civiltà. Considero il carcere un segno di giustizia per questa vicenda", è il commento di Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi.

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Omicidio clochard Giuseppe Turrisi: 12 anni ai poliziotti Emiliano D'Aguanno e Domenico Romitaggio

Pubblicato su da Grunf

Colpo di scena nel processo d’appello per l’omicidio di Giuseppe Turrisi, il senzatetto picchiato a morte da due agenti della Polfer la sera del 6 settembre 2008 alla stazione centrale di Milano. Emiliano D’Aguanno e Domenico Romitaggio, i due agenti finiti in manette nell’aprile 2009, sono stati condannati oggi a scontare 12 anni di carcere per omicidio preterintenzionale.

D’Aguanno era già stato condannato in primo grado a 10 anni di carcere, mentre Romitaggio se l’era cavata con 3 anni per falso. Ora la Corte d’Appello ha rivisto la situazione e deciso di aumentare la pena e contestare ad entrambi l’accusa di omicidio.

Il pm aveva chiesto per entrambi, accusati anche di calunnia e falsità ideologica in atto pubblico per avere alterato la verità nella ricostruzione dei fatti, una condanna a 10 anni di carcere - aumentando quella per Romitaggio e lasciando invariata la situazione per D’Aguanno - ma la Corte ha ritenuto opportuno condannare i due agenti a 12 anni di carcere.

Ad incastrare i due agenti, lo ricordiamo, c’erano anche le immagini riprese dalla telecamera del commissariato Polfer della Stazione Centrale. A questo proposito ecco cosa scriveva all’epoca il Giornale:

Un uomo entra accompagnato da due agenti. Cammina sulle sue gambe. È ubriaco. Poco più tardi, altre immagini. Un’ora più tardi lo stesso uomo esce dagli uffici della polizia ferroviaria sdraiato su una lettiga. Morirà in ambulanza nel giro di pochi minuti.È il 6 settembre scorso. Le otto di sera. Il referto medico parla di «decesso di natura traumatica». L’autopsia, eseguita nelle ore successive, sarà più chiara. Emorragia interna. Due costole rotte, una delle quali perfora la milza, e lividi sul volto.

Come al solito sarà necessario attendere le motivazioni della sentenza per aver un quadro più completo della situazione e conoscere la prossima mossa delle parti coinvolte.

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Busto di Mussolini, Minutillo attacca: Comunisti nervosi

Pubblicato su da Grunf

Continua il dibattito sul busto di Mussolini a Cesenatico. Francesco Minutillo, segretario provinciale del partito La Destra, non si è detto sorpreso della "rabbiosa reazione della sinistra". Tuona Minutillo, evidenziando che "si rivelano per quello che sono e sono sempre stati: dei comunisti fino al midollo che non accettano alcuna lezione quando si parla del ventennio ed hanno anzi l'arroganza di poter essere gli unici ad avere il diritto di scrivere di storia".

"E' bastato un busto in bronzo di Mussolini per mettere in fibrillazione l'intera riviera romagnola sinistroide: evidentemente sono nervosi perchè si stanno rendendo conto che ogni giorno perdono consensi e anche questa volta rischiano seriamente di fare la fine della gloriosa macchina da guerra di Achille Occhetto", continua Minutillo.

L'esponente de "La Destra" plaude "al sindaco Buda che dimostrato di saper spezzare gli schemi imposti dalla sinistra a Cesenatico in questi anni. Tenga duro e non si lasci intimidire dalle vili aggressioni verbali di gente che deve capire che la Romagna non più la terra rossa nella quale si sono crogiolati negli ultimi sessant'anni, soprattutto quando si tratta di storia".

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Blitz di Forza Nuova contro Mps. Striscioni per attaccare le banche

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LECCE - La protesta corre sugli striscioni e sui muri perimetrali degli istituti bancari del Sud Salento e della città di Lecce. E porta la firma di Forza Nuova, che ancora una volta manifesta tutto il suo sdegno verso il sistema e soprattutto verso lo scandalo affiorante legato al Monte dei Paschi di Siena. "Vergogna Imu: i nostri soldi alle banche dei partiti", diversi striscioni riportanti questa frase sono stati attaccati dai militanti di Forza Nuova la serata tra martedì e mercoledì nei pressi delle sedi degli istituti di credito del Monte dei Paschi di Siena di Casarano, Galatone, Racale e Gallipoli. Alcune sedi di Lecce invece sono state chiuse, simbolicamente, con nastro bianco e rosso e con volantini riportanti la scritta "Chiuso per truffa".

"Forza Nuova guarda allo scandalo del Monte dei Paschi senza stupore alcuno" si legge in una nota del partito, "da sempre vediamo nei politici corrotti ed inetti i camerieri di quei banchieri che rappresentano il vero male per il popolo italiano e per i popoli tutti. Il 12 novembre 2011 davanti palazzo Chigi, mentre il "popolo viola" festeggiava la dimissioni di Berlusconi, un gruppo di militanti di Forza Nuova poneva in essere la prima contestazione in assoluto nei confronti di Mario Monti

Ancor prima che si insediasse già sapevamo quali sarebbero state le drammatiche conseguenze di un governo di banchieri. E le nostre impressioni non erano di certo sbagliate,verso un governo che ha dato una accelerata al processo di svendita della nostra Italia."

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LIBERTA' AI CAMERATI INCARCERATI

Pubblicato su da Ugo Pennati

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Il Fascismo fu un regime ...(secondo lui)

Pubblicato su da Ugo Pennati

Il Fascismo fu un regime ...(secondo lui)

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PARCO DEL CASENTINO, EX MINISTRO BRAMBILLA CONTRO LA NOMINA DI UN PRESIDENTE-CACCIATORE

Pubblicato su da Ugo Pennati

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IL CASO DELL’ISOLA CALVA – GOLI OTOK - 16.105 torturati nel gulag di Tito

Pubblicato su da Ugo Pennati

 IL CASO DELL’ISOLA CALVA – GOLI OTOK -  16.105 torturati nel gulag di Tito

L' isola Calva, spunta dal mare all' improvviso. Un fungo bianco, spettrale. Una pietraia bruciata dal sole, abitata dalle capre, che nasconde uno dei segreti più orribili del dopoguerra. Un segreto durato quarant' anni e svelato solo oggi : un gulag in mezzo all' Adriatico, voluto da Tito. A Goli Otok, l' isola calva, dieci miglia a nord- est di Rab, nelle acque del Quarnero, finirono gli oppositori del regime jugoslavo. Dal 1949 al ' 56 vennero confinati oltre trentamila prigionieri politici. Più di quattromila morirono sull' isola deserta in seguito alle terribili torture ricevute. Altri si suicidarono, molti impazzirono. La ferocia degli aguzzini era peggiore di quella dei lager di Hitler e dei gulag di Stalin : "Meglio un mese a Dachau che un' ora a Goli" ha raccontato un italiano, Mario Bontempo, prigioniero nei lager nazisti prima e nel gulag jugoslavo dopo. "La ferocia che conobbi in quel gulag penso non sia stata conosciuta in alcun lager d' Europa" ha detto il poeta Ante Zemljar. Il silenzio sugli orrori di Goli Otok è durato quarant' anni. Un silenzio imposto agli ex deportati con la paura, le minacce, i ricatti, le persecuzioni. Non si doveva far sapere nulla al mondo. Neanche dell' esistenza di Goli Otok. "Abbiamo continuato a rimanere prigionieri per altri quarant' anni - racconta Zemljar - abbiamo dovuto rinunciare a scrivere e a parlare". "Vojo Popovic, uno dei comandanti del lager - ricorda un altro italiano prigioniero nell' isola, Silverio Cossetto - diceva a chi stava per tornare in libertà : "Quello che avete visto e vissuto qui deve rimanere dentro di voi. State attenti a quel che dite se non volete tornare indietro". La verità sugli orrori di Goli, campo di concentramento per comunisti voluto dai comunisti, si scopre adesso perché i sopravvissuti cominciano a parlare. Solo che la Jugoslavia non c' è più, ora possono farlo senza la paura di essere perseguitati dal regime. E raccontano che nel gulag voluto da Tito, Milovan Gilas, Aleksandar Rankovic, Svetozar Vukmanovic, Edvard Kardelj, finirono per anni, torturati e massacrati senza aver mai subìto un processo, generali, ministri, ufficiali, ex combattenti di Spagna, militanti comunisti, magistrati, scrittori, poeti, intellettuali. Quelli che avevano già combattuto nella guerra di Spagna e nella guerra partigiana, quelli che avevano già conosciuto le carceri fasciste e quelle naziste, ma che "mai avrebbero potuto immaginare - racconta Luigi Andrea Scano, veterano del Pci, ferito in Spagna - quello che li attendeva nei campi di deportazione inventati dai comunisti jugoslavi". E gli aguzzini di Goli, quelli ancora vivi, sono tutti in libertà. Ma i familiari delle vittime cominciano a chiedere giustizia. "Se esiste uno solo dei responsabili dei patimenti di mio padre, chiedo che venga processato e condannato" grida, Laura Baccarini.Le prime rivelazioni sul gulag di Goli le ha raccolte uno scrittore di Fiume, Giacomo Scotti, che si è messo a cercare altre testimonianze, è andato a rovistare negli archivi del vecchio regime jugoslavo e della spietata polizia segreta, l' Udba, ed ha appena pubblicato un libro, Goli Otok, per le Edizioni Lint di Trieste, in cui svela questa sanguinosa pagina di storia che la Jugoslavia era riuscita a tenere nascosta. Scotti è un omino piccolo e magro di 64 anni. Napoletano di Saviano, vive a Fiume da quando ne aveva 19. Scrittore e giornalista, ha pubblicato un' ottantina di libri, soprattutto di carattere storico. E' stato perseguitato anch' egli, per dissidenza politica, dal regime jugoslavo. Arrestato più volte, espulso dal partito comunista jugoslavo, dalla società dei giornalisti, privato della firma, del posto di redattore alla Voce del popolo, mandato a lavorare al porto. Viaggiamo, insieme a Scotti, per Goli Otok. Scendiamo da Fiume verso Spalato lungo la litoranea. A Jablanac traghettiamo per l' isola di Arbe. Non c' è un turista in giro. Ogni tanto incrociamo le camionette della guardia nazionale croata. A bordo ci sono dei giovani in tuta mimetica. A Arbe risaliamo tutta l' isola fino a Loparo, all' estremo nord. Da qui non ci sono più mezzi. Bisogna trovare una barca per andare all’isola Calva. Chiediamo a un pescatore. E' un omone con la faccia tagliata dalle cicatrici. Risponde con una smorfia, ma fa segno di salire. Durante il viaggio racconta di aver lavorato a Goli per 25 anni. Adesso vive pescando saraghi e scarpene. Si chiama Ante Sanic, ed è stato l' ultimo direttore dell' isola, quando il gulag venne trasformato in un penitenziario per detenuti comuni. Quattro anni fa, nell' 88, è stato chiuso anche il carcere, e adesso l' isola, 4 km. quadrati, è deserta. Sono rimasti due custodi a far la guardia ad un pugno di edifici diroccati e ad un ristorante chiuso. Avevano tentato di farci arrivare i turisti, ma non ha funzionato. E' rimasto solo un cartello con la scritta "Benvenuti" in quattro lingue. E tutt' intorno i segni e i fantasmi di un passato difficile da cancellare. "Quando i prigionieri sbarcavano qui, dal battello che li aveva prelevati a Buccari, il ' Punat' - racconta Scotti - subivano la prima, durissima tortura: lo ' stroj' . Dovevano passare, camminando a piedi nudi su un sentiero di pietre aguzze, in salita, per quasi un chilometro, tra due ali di prigionieri che li insultavano e li picchiavano a morte, con pugni, pietre e bastoni. Erano prigionieri arrivati prima di loro, che venivano costretti a trasformarsi in aguzzini. Altrimenti sarebbero stati torturati anche loro. Una sorta di autorepressione". "In quella specie di tunnel - racconta Giannetto Stuparich - i malcapitati subivano un pestaggio feroce che non cessava un istante. Vidi cadere molti per terra sotto i colpi ricevuti e purtroppo non arrivarono alla fine". "Se si pensa che lo ' stroj' era formato da alcune migliaia di picchiatori - aggiunge lo scrittore serbo Dragoslav Mihailovic, anch' egli prigioniero a Goli - ci si può fare una pallida idea delle torture che subivano i deportati". I prigionieri erano costretti a spaccar pietre con le mani, a estrarre la sabbia dal mare stando in acqua anche d' inverno, a correre su e giù per l' isola portando sulle spalle massi pesantissimi. I più "pericolosi" erano rinchiusi in un buco profondo otto metri, il "Reparto R 101". Pochi ne uscivano vivi. Non mangiavano quasi niente, non erano curati quando stavano male, venivano picchiati continuamente e selvaggiamente, costretti a denunciare amici e parenti, a firmare impietose autocritiche. E chi non obbediva non aveva scampo. Veniva condannato al "bojkot", la punizione più drastica : anche un anno di "disprezzo collettivo" da parte dei compagni, di sputi, insulti, di lavori più duri, di notti in piedi, di bastonature continue con fruste con l' anima d' acciaio. Ma si poteva anche finire legati sulla pietraia ad arrostire al sole, torturati fino alla morte come il generale Mirko Krdzic, fino a impazzire dal dolore come il poeta Stevan Mitrovic, o uccisi a bastonate come il professor Blazo Raicevic, come l' italiano Mario Quarantotto. Sull' isola, oggi, ci sono ancora i segni dell' orrore. Il molo costruito dai prigionieri, il sentiero dello "stroj", la cava di pietra, le officine abbandonate, gli edifici delle guardie, le torrette. Sono rimasti gli attrezzi da lavoro arrugginiti, i martelli, i picconi, le vanghe, le foto delle squadre di calcio alle pareti, i ritratti di Tito spezzati e gettati a terra, i nomi dei prigionieri sulle pietre, le scritte sui muri : "Titov put nas je put", "la strada di Tito è la nostra strada". Vecchi tubi di ferro, nell' inferno deserto, cigolano sotto la bora che scende dal Velebit. "A Goli lasciai la mia umanità, la mia dignità, il mio essere uomo, l' anima mia - racconta Aldo Juretich, un altro dei deportati - non mi sono mai ripreso, non sono stato più capace di essere me stesso".

Fonte:dall’archivio di Repubblica,27 giugno 1992

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Il cane l'unico amico fedele

Pubblicato su da Ugo Pennati

Il cane l'unico amico fedele

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