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Quei bravi ragazzi reo confessi dello stupro di Montalto di Castro

Pubblicato su da Grunf

Prendi una ragazzina di 15 anni, tutti 9 a scuola, la vita davanti che è una sorpresa, una sera di festa con le amiche, l’occasione di un compleanno in discoteca per sfoggiare una minigonna con cui si sente fantastica, finalmente donna, il mondo ai propri piedi, o almeno quel microcosmo che può essere costituito da un paese come Montalto di Castro. Prendi poi anche 8 ragazzi, poco più grandi di lei, fai che la conducano nell’angolo più appartato di una pineta e la violentino per tre ore. Il dramma è consumato, l’incubo peggiore, ma non basta. Aggiungi un paese ipocrita e schifosamente radicato ad un puritanesimo mafioso con un sindaco, zio di uno degli otto, pronto a stanziare soldi per il reinserimento di quei ragazzi autori di una semplice “bravata”, e neppure un soldo per la vittima che “se l’è cercata” perché indossava la famigerata minigonna. Condisci il tutto con una giustizia cieca che lascia impuniti dopo 6 anni i colpevoli, rei confessi, avendoli affidati, per ben due volte, in prova ai servizi sociali (nonostante già la prima prova fosse fallita -con uno degli otto ragazzi addirittura accusato di stalking dalla fidanzata- e sospesa dalla Cassazione).

Mescola bene e avrai delle vite distrutte, una ragazzina che dai fatti, accaduti nel 2007, è diventata oggi una donna con 20 kili in meno, costretta dalla malignità più atroce a lasciare il suo paese, vivere nascosta in un’altra città, abbandonare gli studi, perdere ogni fiducia nella giustizia. Raccontale che non solo non c’è stato un tribunale in grado di comminare una pena giusta, ma che non c’è alcuna legge che possa ridarle la gioia che si prova a 15 anni quando del mondo non si sa nulla e tutto pare bello, delle infinite possibilità, racchiuse ora nella ragnatela che è diventata la sua vita; dille che nessuno le leverà più la paura del buio, quello conosciuto in quella pineta maledetta che la tortura ogni notte e ad ogni udienza in cui rivede le facce ridenti dei suoi stupratori e la costringe al vomito, e che nessun legislatore ha mai pensato a restituirle il diritto di sentirsi felice con una gonna, quella che, dalla violenza, non indossa più.

Fai tutto questo e avrai una delle storie più brutte del nostro paese, quelle cui si fa fatica a credere, perché accettarle per vere, costerebbe a ciascuno il dolore e la fatica di interrogarsi su come l’uomo possa trasformarsi in bestia scegliendo non solo di commettere ingiustizia, ma farsi di questa protettore e avvocato difensore. Ritenere vera, come è, la storia dello stupro di Montalto di Castro, come è stato chiamato, mette in discussione la stessa civiltà di un paese che tollera che simili aberrazioni possano rimanere impunite in nome di un malcelato, atavico maschilismo che vede le donne custodi infallibili di una moralità vecchia, eppure ancora in voga, che solo con la volontà della donna stessa può essere macchiata; che fa delle vittime di stupro pubbliche meretrici da sbattere sul banco al posto degli imputati.

E’ quello stesso accettato maschilismo che permette che una donna sia giudicata in base al numero dei suoi amanti, che ben si accosta al gallismo tutto italiano che tanto ci fa ridere ma che resta appannaggio di quello che fu, tristemente, chiamato “sesso forte”. E’ quella malata mentalità che strizza l’occhio a chi fischia o suona il clacson dalle auto o dai tir al passaggio di una donna, come se essa fosse un animale raro o in estinzione. Sono code deboli e poco minacciose di un’ idea che ha i suoi effetti più efferati in casi come quello di cui è, tuttora, vittima questa donna ripiegata nel suo dolore, che ha visto i suoi aguzzini trovare una strana solidarietà ad accoglierli, quella del paese omertoso e connivente, pieno di tante mamme pronte a proteggere i figlioli caduti vittima della tentazione, di un sindaco, ancora oggi regolarmente iscritto ad un partito che si dice dalla parte delle donne, di gente che ha dato agli stupratori lavoro e le proprie figlie in sposa. Una solidarietà ricaduta come un dubbio su una giustizia delicata come una carezza, un’altra madre pronta a concedere a dei bravi ragazzi, non solo una seconda, ma persino una terza possibilità, perché il dubbio, si sa, lavora come un tarlo, specie poi se si hanno alle spalle famiglie abbienti e buoni avvocati.

Oggi che il Ministro Severino ha ripreso in mano le carte del processo, e che sappiamo tristemente tollerata e quindi tollerabile un’ingiustizia di tal misura, resta la domanda più atroce a pesare sulle teste di ciascuno. Quale moto del caso fece sì che in quella pineta, sei anni fa, ci fosse quella ragazzina e non un’altra, una di noi, cresciuta oggi nella consapevolezza che cose analoghe capitano solo alle cattive ragazze che indossano minigonne e vanno in discoteca? E quante altre pinete dovranno ancora trasformare quindicenni inconsapevoli in cattive ragazze?

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