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abuso

Ragazza di 15 anni accoltellata in metrò. Difendeva la madre da un'aggressione

Pubblicato su da Grunf

Una ragazza di 15 anni è stata ferita con due coltellate da una donna peruviana di 32 anni, a Milano, mentre tentava di difendere la madre aggredita verbalmente sulla metropolitana. La giovane ha riportato un taglio alla tempia suturato alla clinica De Marchi con 6 punti e un altro al mento medicato con 4 punti. La sudamericana, che era in compagnia di altre due donne, è stata arrestata poco dopo. L'aggressione è avvenuta alla stazione della linea 3 del metrò di Corvetto, sulla linea gialla, dove la giovane si trovava in un vagone con la madre e il fratello.

Secondo quanto raccontato dalla donna, Chiara F., di 40 anni, le tre sudamericane che si trovavano sullo stesso vagone hanno iniziato ad insultarla gratuitamente per alcuni minuti aggredendola anche fisicamente alla richiesta di una spiegazione per il loro comportamento. La 15enne è intervenuta per aiutare la madre ed è stato in quel momento che è stata ferita. La peruviana ha estratto un coltello e ha vibrato un paio di fendenti. Un colpo ha raggiunto la ragazza alla tempia e un altro al mento. Le sudamericane, giunte alla stazione sono scappate all'esterno.

Fortunatamente la peruviana, Flor D.M., pregiudicata, è stata individuata e poco dopo fermata dalla polizia intervenuta subito sul posto. La donna ha ammesso la responsabilità dell'aggressione ma non ha spiegato i motivi per i quali, con le sue amiche, ha iniziato ad insultare la donna che si trovava nel vagone insieme ai suoi due figli. L'accoltellamento è avvenut
o davanti

a numerosi testimoni: i passeggeri che si trovavano sul treno e quelli sulla banchina in attesa di salire. Ed è anche grazie alla presenza di tante persone che la polizia è riuscita a fermare in poco tempo la peruviana. In molti, infatti, hanno fornito agli agenti una descrizione dettagliata indicando anche da che parte le sudamericane erano fuggite.

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Amina: Sequestrata e drogata dalla mia famiglia

Pubblicato su da Grunf

Sembra ormai un calvario la vita di Amina, la ragazza tunisina che, pubblicando su Facebook alcune sue fotografie in topless cosi' come fanno le attiviste di Femen, ha scioccato il suo Paese e fatto infuriare i fondamentalisti. Ora, dopo essere stata sequestrata e vessata dai suoi familiari, e' riuscita a fuggire e non si tira indietro: "Continuero' la mia battaglia con una nuova protesta in topless", annuncia. Amina, dopo la fuga venerdi' scorso dall'abitazione dei genitori, si trova ora in un luogo segreto, da dove via Skype ha raccontato al sito di Femen quanto le e' accaduto e soprattutto i timori per quel che le potrebbe accadere.

 

Dopo la pubblicazione delle foto in topless (con la scritta sul seno che rivendica alla donna la "proprieta"' del proprio corpo), Amina ha subito un vero e proprio linciaggio mediatico, sostenuto non solo dai siti dell'integralismo islamico - per lei un imam ha ipotizzato la lapidazione, dopo la fustigazione -, ma anche da molti tunisini che da quelle immagini si sono sentiti offesi. Ma gli insulti sono stati solo il primo gradino della vicenda: "Mentre ero in un bar insieme ad alcuni amici - ha raccontato - sono arrivati in macchina mio zio e mio cugino che mi hanno rapita".

 

Prima il rapimento, poi il tentativo, andato a vuoto, di farla "curare" da un terapista, quindi l'incessante visita di persone (ne ha contate trecento) che l'hanno bombardata con un solo messaggio: leggi il Corano. Poi ancora il trasferimento in un villaggio dove ogni giorno era obbligatoria una visita all'imam che le leggeva pagine intere delle parole del Profeta, invitandola a fare un passo indietro. Pressioni psicologiche, ma anche somministrazione di farmaci che la inebetivano per tutto il giorno.

 

"Qualche volta - ha raccontato - sono anche riuscita a scappare, ma nessun automobilista mi ha voluto prendere a bordo perche' non mi conoscevano. E quindi sono stata ripresa, riportata a casa e li' e' ricominciato il solito rituale". Nei giorni scorsi Amina e' stata riportata nella casa dei genitori a Tunisi, dove e' rimasta sino a venerdi', quando e' finalmente riuscita a scappare, come denunciato stamattina anche dalla madre. La donna parla della figlia come di una vittima di strumentalizzazioni e forzature a fini politici, e afferma che la ragazza e' sotto trattamento psichiatrico da sei anni.

 

E nelle prossime ore, chiedera' ufficialmente alla Polizia di avviare le ricerche della figlia. Quella stessa Polizia che Amina dice di temere come e piu' degli islamici che le danno la caccia. Ora la ragazza e' lontana dalla capitale, in un luogo segreto, ma non intende assolutamente lasciare la Tunisia, come pure qualcuno aveva ipotizzato. "Restero' qui - ha detto con convinzione - sino a quando non riusciro' a fare un'altra protesta in topless".

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COMO, ANIMALI INFREDDOLITI AL CIRCO: SETTE MESI AL PROPRIETARIO

Pubblicato su da Grunf

Sette mesi di reclusione. E' la condanna decisa dal giudice del tribunale di Como per il legale rappresentante del circo Miranda Orfei con l'accusa di maltrattamento di animali. La pena è stata sospesa a patto che l'imputato risarcisca con cinquemila euro la Lav, che si è costituita parte civile.
Il processo è nato proprio dalla denuncia della Lega anti vivisezione, con una segnalazione alla Procura sulle condizioni in cui erano tenuti gli animali nel corso della permanenza del circo a Como, tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009. L'associazione animalista aveva dimostrato preoccupazione per l'ippopotamo lasciato in mezzo alla neve, dromedari rannicchiati e uno struzzo con la testa in un secchio per non sentire il freddo: condizioni ritenute incompatibili con la natura degli animali, abituati a climi caldi. Dello stesso avviso è stato il giudice: da qui il motivo della condann
a.

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USA, TAGLIA DI 33 MILA $ SUL RAMBO CHE HA COLPITO L'ELEFANTESSA

Pubblicato su da Grunf

USA, TAGLIA DI 33 MILA $ SUL RAMBO CHE HA COLPITO L'ELEFANTESSA

E' arrivata a 33 mila dollari la "taglia" per informazioni utili all'arresto dell'anonimo che martedì scorso ha sparato, di passaggio su una Ford bianca, ad un'elefantessa asiatica di 39 anni, di nome Carol, accampata con il resto del circo Ringling a Tupelo, 36 mila abitanti, nello stato americano del Mississippi.
Parecchi testimoni hanno visto l'auto al momento in cui il colpo è stato sparato nell'area di sosta. La pallottola ha centrato Carol tra l'orecchio e la scapola, aprendo un piccolo foro nella spessa pelle dell'animale. Per un elefante roba da poco, ma la scarsa entità del danno nulla toglie alla gravità del gesto.
Alla taglia hanno contribuito il circo stesso (10 mila dollari), il servizio federale della pesca e della fauna selvatica (10mila), Peta (5 mila) ed altre associazioni.
La notizia è rimbalzata su tutti i principali media americani, suscitando grande indignazione. Negli ultimi due secoli è accaduto che elefanti fossero uccisi negli Stati uniti da plotoni d'esecuzione, o per strangolamento o avvelenamento o addirittura, nel 1903, con una specie di "sedia elettrica" messa a punto da Thomas Edison (l'orribile filmato d'epoca è visibile su http://www.youtube.com/watch?v=HMmslGfaNls). Ma bisogna risalire agli inizi del secolo XIX per trovare un paio di casi di elefanti, tra i primi arrivati nel Nuovo continente, uccisi da "pistoleri" impr
ovvisati.

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La bimba violentata che non può denunciare il suo stupro

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Violentata da un uomo di casta superiore: per questo la sua denuncia viene considerata una menzogna. Tanto da rischiare la lapidazione se la sua famiglia non smentirà ogni accusa. Succede in India, dove una bambina di appena dieci anni, appartenente alla casta dei Paria o dalit - la casta più bassa del sistema sociale indiano – sarebbe stata stuprata da un trentacinquenne Rajput, la casta delle élite. Se la sua famiglia non ritirerà la denuncia, la piccola potrebbe essere uccisa a sassate.

STUPRATA E LAPIDATA – A raccontare questa assurda storia è l’Huffington Post inglese: la piccola starebbe stata ritrovata dalla madre, priva di sensi, in un campo. A violentarla sarebbe stato un uomo appartenente a una ricca e influente famiglia locale. Quando la madre della ragazzina ha denunciato il fatto, avrebbe ricevuto pesanti minacce: “Ci hanno detto che ci avrebbero ucciso – ha detto la donna all’Indian Express – che avrebbero bruciato la nostra casa e che mia figlia sarebbe stata lapidata se non avessimo ritirato la denuncia”.

“NON POSSIAMO USCIRE DI CASA” - Purtroppo, la bassa estrazione sociale della famiglia della piccola fa sì che nessuno offra loro né aiuto né solidarietà. Anche il consiglio del villaggio e il capo dei consiglieri stanno dalla parte dell’accusato e chiedono alla piccola vittima di farsi da parte. “Siamo spaventati – continua la donna – Non possiamo quasi uscire di casa. Il giorno dopo del’incidente i Rajput sono veniti a circondare la nostra abitazione. Mi hanno detto che mi avrebbero pagato perché stessi zitta, altrimenti mia figlia sarebbe stata lapidata.

IN PRIGIONE - Dopo averla ritrovata svenuta nel campo, i genitori avrebbero portato la bambina in un commissariato di polizia composto da sole donne a Bulandshahr, dove sarebbe stata letteralmente “imprigionata” per oltre venti ore. Il caso ha raggiunto l’attenzione dei media internazionali quando una troupe televisiva, sapendo quanto successo, si è recata nella prigione per vedere la bambina. Dopo questo fatto alcuni agenti di polizia sarebbero stati sospesi, proprio a causa del trattamento riservatole.

SOLO UN RIMPROVERO? - Dal canto suo, l’uomo accusato della violenza ha dichiarato di non aver violentato la bambina ma di averla solo rimproverata dopo averla sorpresa a rubare alcuni pomodori. I medici che l’hanno visitata non hanno riscontrato lesioni, ma non hanno escluso che la ragazzina possa aver comunque subito uno stupro.

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Anonymous minaccia di rivelare i nomi degli stupratori

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OTTAWA - Il suicidio di Rehtaeh Parsons è finito su tutti i giornali canadesi. Questa giovane 17enne canadese si è tolta la vita in seguito a un video, postato su internet, che la ritrae vittima di uno stupro. A nulla era valso cambiare città e cercare di dimenticare. Quel video per lei era diventato un'etichetta troppo pesante da portare.

Le indagini della polizia, durate quasi un anno, non erano riuscite a raccogliere prove sufficienti per incriminare i responsabili. "C'è solo la parola della ragazza contro quella dei suoi aggressori", spiegava un portavoce della polizia in seguito alla morte della ragazza.

Ora, però, Anonymous vuole fare giustizia. A riferirlo è France Info. In un video pubblicato su YouTube (in inglese e francese), il gruppo si chiede perché la polizia o il personale delle scuole frequentate dalla ragazza non siano stati in grado di trovare e punire i colpevoli prima che Rehtaeh Parsons si suicidasse.

"Quello che abbiamo appreso è angosciante, ma non è l'atto di violenza che ci ha scioccato, piuttosto il comportamento degli adulti ", dice Anonymous su Twitter. In meno di due ore, due dei quattro presunti stupratori della giovane donna sono stati trovati. E gli hacker stanno per confermare l'identità di un terzo uomo. Secondo loro, il quarto sospettato sarà identificato a breve. I pirati hanno deciso di non rendere pubblici i nomi dei presunti responsabili. Il motivo? La famiglia della vittima ha chiesto di non divulgare tali informazioni.

Anonymous al momento fa pressione alla giustizia affinché faccia il suo corso. Secondo il gruppo, altri hacker potrebbero avere meno scrupoli e diffondere i nomi.

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Le cose che il supermercato non vuole farvi sapere

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Non è una trovata inventata dal giorno alla notte, dietro a queste cose ci sono anni di ricerca (si anni…) milioni spesi dalle catene dei supermercati e gente laureata che non fa altro che studiare il marketing per rendere la vostra visita al supermercato più dispendiosa senza che voi ve ne rendiate conto!!
In che modo? bhè questo è proprio quello che volevo spiegarvi, ma partiamo dal presupposto che tutti, almeno una volta alla settimana andiamo a fare la spesa e non prestiamo molta attenzione a quello che accade una volta entrati…. “I ricercatori del marketing hanno lavorato per anni per essere sicuri che l’ acquirente comune guardi più prodotti possibili durante la spesa, perché più vedono, più comprano” e a dirlo è Marion Nestle, autrice di “What to Eat: An Aisle-by-Aisle Guide to Savvy Food Choices and Good Eating”.
Ecco allora cosa dovreste sapere quando andate a fare la spesa…
1. I carrelli della spesa sono terreno fertile pieno di batteri. Già, su più del 60% dei carrelli controllati sono stati trovati dei batteri coliformi, quelli, tanto per intenderci, che si trovano nelle toelette.
Il Dr. Chuck Gerba, microbiologo dell’ Università dell’Arizona ha spiegato che:”Questi batteri potrebbero venire dalle verdure non ancora lavate, dai salumi non ancora spellati, dalle mani sporche dei clienti o dai bambini che si siedono nei carrelli. Basta pensare che dove avete messo i broccoli pochi minuti prima si trovava il sedere di un bambino”.Ma non basta, sempre secondo Gerba, sui carrelli è possibile trovare più germi che su tutte le superfici che sono state prese in esame, tra cui le tavolette del wc e i poggiatesta dei treni.
Quindi soluzione numero 1: salviette igienizzanti per il manico del carrello e un’accurata pulizia delle mani dopo aver fatto la spesa.
2. I cibi destinati ai bambini sono disposti alla loro altezza. Proprio perchè possano essere loro stessi a gettarli nel carrello in un momento in cui vi distraete. Sempre Marion Nestle afferma che: ”Dico sempre ai genitori di non fare mai la spesa con i figli. Le scatole con su disegnati dei cartoni animati sono sempre posizionati negli scaffali più bassi dove anche i bambini ai primi passi possono arrivare”.
E anche secondo Tara Gidus della American Dietetic Association dice: “I cereali zuccherati sono al livello degli occhi dei bambini, mentre quelli salutari e ricchi di fibre sono negli scaffali più alti“. E se ci fate caso anche quando arrivate alla cassa le caramelle sono strategicamente messe a portata di mano dei bambini per incoraggiare acquisti impulsivi visto che si possono facilmente afferrare mentre uno fa la coda ed attende il proprio turno.
Soluzione numero 2:cerchiamo di andare a fare la spesa senza i bimbi, in modo da non dovergli sempre vietare le cose, o sgridarli perchè afferrano le cose dagli scaffali.
3. I cibi affettati e pronti al consumo costano di più.Certamente acquistare le confezioni di insalata già lavata, meloni e angurie già affettate, oppure polli già speziati o carni già marinate pronte solo da scaldare è un modo semplice di cucinare, ma attenzioni perchè se una anguria cosa X, una sa fetta può costare anche tre-quattro volte di più!!
Soluzione numero 3: controllare il prezzo al chilo e pensare se non siamo in grado di lavare da soli l’insalata!!
4. I cibi salutari sono messi meno in evidenza. Avete mai fatto caso alla pasta integrale? la trovate in alto o molto in basso, i cibi biologici di solito sono imboscati in un angolino lontano dagli occhi e magari dietro una piglia o uno stand e se ci fate caso nel 90% delle volte li trovate vicino ai cibi etnici.
Soluzione numero 4: sforzarsi di cercare anche quello che non è alla portata dell’occhio.
5. Le esposizioni alla fine della corsia sono lì per distrarti dalla tua lista della spesa. E’ proprio Marion Nestle a svelarci questo trucco delle aziende: “Le compagnie alimentari pagano i negozi per posizionare i loro prodotti dove possono essere visti più facilmente, come ad esempio nelle esposizioni alla fine delle corsie”.
Il concetto è quello di posizionare oggetti ad alto profitto o anche gruppi alimentari come le cioccolate per ispirare acquisti compulsivi.
Spesso questo trucco è usato per le offerte, e molte persone acquistano questi prodotti anche se l’offerta non c’è. Il Dr. Brian Wansink direttore delLaboratorio Food and Brand dell’ Università di Cornell e autore di Mindless Eating afferma che:” Le persone comprano il 30% in più di prodotti che sono posizionati nelle esposizione di quelli a metà del corridoio, anche perché pensiamo che il vero affare si trova alla fine”.
Soluzione numero 5: non facciamoci tentare!
6. Alle offerte non si resiste. 3×2, compri 2 e uno gratis, 5 confezioni una gratis… queste offerte ci attirano ammettiamolo… ma anche qui entra a parlare il Dr. Brian Wansink dice: “Ogni volta che vediamo un numero in un cartello pubblicitario su uno scaffale compreremo circa il 30% in più di quel prodotto di quanto intendevamo comprare” e quindi se compri di più di quanto hai bisogno non sarà necessariamente un affare. “Una volta che il prodotto è in casa lo mangerete anche senza volerlo… è così un peccato buttare il cibo”.
Controllate anche la quantità della merce che viene proposta a prezzo inferiore, a volte il prezzo al chilo è più alto! Inoltre non è detto che se c’è scritto “offerta” o “promozione” lo sia davvero, voi ricordate i prezzi di tutti i prodotti? magari la variazione è di pochi centesimi e quindi venite tentati di acquistare anche se non ne avete bisogno… eh ma era in offerta!!
Soluzione numero 6: Prestare molta attenzione ai prezzi e alle quantità, valutando anche i prezzi dei prodotti di marche differenti.
7. Il percorso da seguire nel negozio è studiato a fondo. E si, il percorso che uno fa quando entra in un supermerrcato è praticamente obbligato, un po’ per la disposizione degli scaffali, un po’ perchè i beni primari come pane, pasta, latte, frutta e verdure, sono posti in modo da obbligarvi a passare davanti ad altri mille prodotti, così che l’occhio che vede compra, e puntualmente usciamo dal supermercato dicendo: “dovevo comprare solo due cose ed eccomi qui col carrello pieno!”.
Soluzione numero 7: Paraocchi e via dritti verso l’obiettivo senza fermarsi a guardare le cose che non abbiamo sulla lista della spesa!
8. La pulizia spesso lascia a desiderare. A dirlo sono gli ispettori dell’ Ufficio di Igiene che controllano i supermercati alla ricerca di eventuali irregolarità. rovate però a farlo anche da soli, mosche, polvere sono segni di una scarsa pulizia.
Soluzione numero 8: Evitare di acquistare confezioni ricoperte di polvere o cibi sciolti come carni e formaggi se avvistate mosche o altri insetti aggirarsi tra le bancarelle.

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Donne rom rapinano supermercato Ubbidite o chiamiamo gli uomini

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Marghera, arresto donne rom rapine e furti supermercato Penny Market
„Non rubavano per povertà. Rubavano per filosofia di vita, rifiutando, come sottolineato dagli stessi inquirenti, in ogni modo un percorso "retto" di inclusione sociale. Per di più assegnatarie di tre alloggi popolari tra via del Bosco e via Catene a Marghera. I residenti, quindi, oltre a essere "derubati" pagano per garantire loro un tetto sulla testa.“

Allucinante!!!! poi noi ITALIANI saremmo i razzisti ?
Chiamano gli "uomini" ? chi quei quattro trogloditi puzzoni facce da cazzo con delle vacche per mogli ?
Arriverà il giorno che chiameremo noi l'amico LANCIAFIAMME e saranno cazzi vostri!!!!

Grunf

Marghera, arresto donne rom rapine e furti supermercato Penny Market

Non rubavano per povertà. Rubavano per filosofia di vita, rifiutando, come sottolineato dagli stessi inquirenti, in ogni modo un percorso "retto" di inclusione sociale. Per di più assegnatarie di tre alloggi popolari tra via del Bosco e via Catene a Marghera. I residenti, quindi, oltre a essere "derubati" pagano per garantire loro un tetto sulla testa. Tre donne di etnia rom, la cui "leader" è L.L. di 37 anni, sono state arrestate e sottoposte ai domiciliari con l'accusa di avere perpetrato due rapine e due furti in concorso ai danni del supermercato Penny Market di via Monzani, che peraltro a gennaio ha dovuto chiudere i battenti.

I fatti contestati dal pubblico ministero Stefano Buccini, sulla base delle indagini condotte dagli uomini del commissariato di Marghera, coordinati dal dirigente Luca Miori, risalgono tutti a settembre 2012. Le tre donne con altre due complici, una 17enne denunciata a piede libero e un'altra sodale non ancora identificata, il 2 settembre sono entrate per la prima volta nel punto vendita "armate" di due borsoni a testa. Una volta raggiunte le corsie hanno riempito con ogni sorta di merce le borse, per poi presentarsi alla cassa e pretendere di pagare solo un pacco di farina. All'invito della cassiera di porre sul rullo anche il resto dei prodotti, L.L. si è imbufalita, colpendo con un pugno il cassettino dei soldi della cassa, intimando all'interlocutrice di consegnare l'incasso: "Altrimenti chiamiamo i nostri uomini", avrebbe detto alla direttrice del supermercato, intervenuta per il parapiglia, che, lungi dal farsi intimorire, ha chiamato subito il 113. Non appena si sono accorte della malparata, le malviventi hanno preferito scappare via, comunque con un lauto bottino.

Il giorno seguente le donne sono entrate di nuovo nel punto vendita. Era chiaro quale fosse il loro obiettivo. La direttrice, quindi, una volta accortasi di trovarsi di fronte a una razzìa fotocopia, si è piazzata di fronte all'uscita del supermercato. Pronta a bloccare l'unica via di fuga. L.L., corpulenta, però è riuscita a "sfondare" la linea difensiva, scaraventando a terra la malcapitata, che senza perdersi d'animo ha rincorso le donne fino all'auto dove stavano caricando la merce. A quel punto l'ennesima intimidazione: "Stai attenta, mandiamo gli uomini".

Il Penny Market era finito nel mirino. Passano meno di dieci giorni e il 12 settembre sempre L.L., assieme a R.L., 27enne, hanno riempito di nuovo i due borsoni a testa per poi forzare una sbarra di una cassa al momento chiusa e darsi alla fuga. Una terza complice, non identificata, ha invece preteso di pagare solo un prodotto per poi dileguarsi prima dell'arrivo della polizia. L'ultimo colpo sei giorni più tardi, quando L.L., R.L. e S.L., la minorenne, tutte dello stesso clan, hanno messo in pratica il piano nonostante fosse presente un servizio di sicurezza dell'esercizio commerciale.

Le tre malviventi oggetto di custodia cautelare, la minore e l'altra donna non erano facce sconosciute a Marghera. Spesso e sovente sostavano all'uscita dei centri commerciali o al mercato chiedendo l'elemosina o chiedendo di poter leggere la mano a qualche passante. Dietro compenso. Il personale del supermercato (la direttrice, una cassiera e un dipendente) sono riusciti a "scolpire" nella loro memoria i volti delle ladre, riconoscendole senza ombra di dubbio in un album redatto dalla polizia scientifica con una ventina di facce somiglianti. Le indagini, però, sono partite in salita a causa della mancanza di un impianto di videosorveglianza. Le dichiarazioni dei testimoni hanno comunque convinto il gip a emettere le ordinanze di custodia cautelare.

Le tre donne che ora si trovano ai domiciliari sono state bloccate stamattina dagli agenti proprio mentre si preparavano a raggiungere il mercato settimanale. Da dove al commissariato locale e alla questura arrivavano spesso segnalazioni di problemi di ordine pubblico.

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Quei bravi ragazzi reo confessi dello stupro di Montalto di Castro

Pubblicato su da Grunf

Prendi una ragazzina di 15 anni, tutti 9 a scuola, la vita davanti che è una sorpresa, una sera di festa con le amiche, l’occasione di un compleanno in discoteca per sfoggiare una minigonna con cui si sente fantastica, finalmente donna, il mondo ai propri piedi, o almeno quel microcosmo che può essere costituito da un paese come Montalto di Castro. Prendi poi anche 8 ragazzi, poco più grandi di lei, fai che la conducano nell’angolo più appartato di una pineta e la violentino per tre ore. Il dramma è consumato, l’incubo peggiore, ma non basta. Aggiungi un paese ipocrita e schifosamente radicato ad un puritanesimo mafioso con un sindaco, zio di uno degli otto, pronto a stanziare soldi per il reinserimento di quei ragazzi autori di una semplice “bravata”, e neppure un soldo per la vittima che “se l’è cercata” perché indossava la famigerata minigonna. Condisci il tutto con una giustizia cieca che lascia impuniti dopo 6 anni i colpevoli, rei confessi, avendoli affidati, per ben due volte, in prova ai servizi sociali (nonostante già la prima prova fosse fallita -con uno degli otto ragazzi addirittura accusato di stalking dalla fidanzata- e sospesa dalla Cassazione).

Mescola bene e avrai delle vite distrutte, una ragazzina che dai fatti, accaduti nel 2007, è diventata oggi una donna con 20 kili in meno, costretta dalla malignità più atroce a lasciare il suo paese, vivere nascosta in un’altra città, abbandonare gli studi, perdere ogni fiducia nella giustizia. Raccontale che non solo non c’è stato un tribunale in grado di comminare una pena giusta, ma che non c’è alcuna legge che possa ridarle la gioia che si prova a 15 anni quando del mondo non si sa nulla e tutto pare bello, delle infinite possibilità, racchiuse ora nella ragnatela che è diventata la sua vita; dille che nessuno le leverà più la paura del buio, quello conosciuto in quella pineta maledetta che la tortura ogni notte e ad ogni udienza in cui rivede le facce ridenti dei suoi stupratori e la costringe al vomito, e che nessun legislatore ha mai pensato a restituirle il diritto di sentirsi felice con una gonna, quella che, dalla violenza, non indossa più.

Fai tutto questo e avrai una delle storie più brutte del nostro paese, quelle cui si fa fatica a credere, perché accettarle per vere, costerebbe a ciascuno il dolore e la fatica di interrogarsi su come l’uomo possa trasformarsi in bestia scegliendo non solo di commettere ingiustizia, ma farsi di questa protettore e avvocato difensore. Ritenere vera, come è, la storia dello stupro di Montalto di Castro, come è stato chiamato, mette in discussione la stessa civiltà di un paese che tollera che simili aberrazioni possano rimanere impunite in nome di un malcelato, atavico maschilismo che vede le donne custodi infallibili di una moralità vecchia, eppure ancora in voga, che solo con la volontà della donna stessa può essere macchiata; che fa delle vittime di stupro pubbliche meretrici da sbattere sul banco al posto degli imputati.

E’ quello stesso accettato maschilismo che permette che una donna sia giudicata in base al numero dei suoi amanti, che ben si accosta al gallismo tutto italiano che tanto ci fa ridere ma che resta appannaggio di quello che fu, tristemente, chiamato “sesso forte”. E’ quella malata mentalità che strizza l’occhio a chi fischia o suona il clacson dalle auto o dai tir al passaggio di una donna, come se essa fosse un animale raro o in estinzione. Sono code deboli e poco minacciose di un’ idea che ha i suoi effetti più efferati in casi come quello di cui è, tuttora, vittima questa donna ripiegata nel suo dolore, che ha visto i suoi aguzzini trovare una strana solidarietà ad accoglierli, quella del paese omertoso e connivente, pieno di tante mamme pronte a proteggere i figlioli caduti vittima della tentazione, di un sindaco, ancora oggi regolarmente iscritto ad un partito che si dice dalla parte delle donne, di gente che ha dato agli stupratori lavoro e le proprie figlie in sposa. Una solidarietà ricaduta come un dubbio su una giustizia delicata come una carezza, un’altra madre pronta a concedere a dei bravi ragazzi, non solo una seconda, ma persino una terza possibilità, perché il dubbio, si sa, lavora come un tarlo, specie poi se si hanno alle spalle famiglie abbienti e buoni avvocati.

Oggi che il Ministro Severino ha ripreso in mano le carte del processo, e che sappiamo tristemente tollerata e quindi tollerabile un’ingiustizia di tal misura, resta la domanda più atroce a pesare sulle teste di ciascuno. Quale moto del caso fece sì che in quella pineta, sei anni fa, ci fosse quella ragazzina e non un’altra, una di noi, cresciuta oggi nella consapevolezza che cose analoghe capitano solo alle cattive ragazze che indossano minigonne e vanno in discoteca? E quante altre pinete dovranno ancora trasformare quindicenni inconsapevoli in cattive ragazze?

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Bambini, racconti difficili da ascoltare nel rapporto sulle violenze nei conflitti

Pubblicato su da Grunf

"I miei compiti erano lavare i vestiti, portare il cibo, preparare la legna, fare azioni di spionaggio e portare messaggi. Ma c'era un altro compito che odiavo, e che non mi piace ricordare. Venivo stuprata ogni notte da vari comandanti. Ricordo ancora la prima volta che è successo. Sono stata violentata tre volte quella notte. Ho cominciato a pensare che tutte le cose sentite a proposito della libertà fossero false. Volevo solo scappare, ma non avevo alcuna possibilità". E' il racconto difficile da ascoltare e "digerire" di una ragazza che ha passato tre anni nella milizia maoista in Nepal. Aveva tredici anni.

Una finestra sull'orrore
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E' solo una delle molte finestre sull'orrore di cui è composto il Rapporto di Save the Children dal titolo emblematico: "Indicibili crimini contro i bambini. La violenza sessuale nei conflitti". Un lavoro prezioso perché accende i riflettori su un aspetto delle guerre e dei conflitti - non soltanto "conclamati", uno dei paesi citati è la Colombia, afflitta dal confronto tra governo e guerriglia, ma anche dalla "guerra della droga" - di cui si parla pochissimo. L'effetto collaterale più atroce e "indicibile", dal titolo del Rapporto: la violenza sessuale nei confronti dei minori.

I numeri
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Eppure è un aspetto connaturato alla guerra. Quando in una comunità scoppia un conflitto, quando le famiglie vengono separate, quando saltano tutte le norme sociali, uno dei principali effetti è proprio la capacità "disumana e disumanizzante" - dice il Rapporto - di perpetrare violenza nei confronti dei bambini. Femmine e maschi. Dagli 0 ai 18 anni. Non esistono dati specifici, ma Save the Children stima che potrebbero essere 30 milioni i bambini che hanno subito violenza sessuale in un contesto di conflitto. Secondo l'esperienza dell'organizzazione, in alcuni paesi sul totale delle vittime di violenza sessuale (ovviamente quelle emerse e denunciate) la percentuale dei minori superava l'80%.

Gli esempi nel mondo
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In Liberia, a fine guerra, l'83% degli scampati alle violenze di genere nel 2011-12 aveva meno di 17 anni e quasi tutti avevano subito stupro. Nella Repubblica Democratica del Congo nel 2008 sono stati rilevati 16.000 casi di violenza sessuale contro donne e ragazze, di cui quasi il 65% nei confronti di minori, per la gran parte adolescenti ma in misura di circa il 10% anche con meno di 10 anni. Durante la crisi post elettorale in Costa d'Avorio - tra l'1 novembre 2010 e il 30 settembre 2011 - i bambini costituivano quasi il 52% dei casi di violenza sessuale. Nella fase post-conflitto in Sierra Leone, più del 70% dei casi di violenza sessuale sono stati perpetrati ai danni di ragazze minorenni, più di un quinto di loro aveva meno di 11 anni. Ad esserne vittima anche bambini e uomini: nella Repubblica Democratica del Congo, per esempio, uomini e ragazzi rappresentano il 4-10% dei sopravvissuti a violenza sessuale che hanno cercato sostegno e aiuto. Un altro studio ha rilevato che il 9% di tutti gli uomini sopravvissuti al conflitto ha sperimentato direttamente violenza sessuale.

I colpevoli
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Lo stupro, anche nei confronti dei più piccoli, è spesso una vera e propria "arma di guerra". "I ribelli sono arrivati al villaggio ed hanno preso le ragazze, non le donne, le ragazze - è il racconto di una Assaitou, che ha assistito allo stupro quando i guerriglieri sono entrati nella sua città, in Mali - avevano, 15, 16, 17 anni. Hanno detto che servivano per preparare del cibo. Le hanno portate dietro ad un cespuglio. Le hanno violentate, e prima di andarsene le hanno picchiate". Ma con l'esplodere dei conflitti la violenza sessuale non è appannaggio soltanto dei gruppi armati: a perpetrarla possono anche essere membri della famiglia, operatori di pace, membri della comunità, altri bambini, insegnanti, leader religiosi, peacekeepers e operatori umanitari. Spesso gli stupri si verificano anche in carcere. Ma un altro luogo in cui si verificano questi terribili episodi sono i campi profughi, dove le persone dovrebbero teoricamente essere protette, ma dove troppo spesso l'aspetto della sicurezza è considerato secondario.

Le vittime
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Le conseguenze di uno stupro su un bambino o un adolescente di uno stupro sono devastanti. "La violenza sessuale è uno dei più orrendi crimini che si commettono durante un conflitto. Nessuno dovrebbe subire il dolore e l'umiliazione di uno stupro, dello sfruttamento e della violenza, mai e poi mai un bambino", dice Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children Italia. Oltre alle conseguenze fisiche e psicologiche, si associano spesso anche quelle legate allo stigma sociale di chi ha subito la violenza, che può essere o emarginato dalla società, o diventare la vittima predestinata di circuiti di sfruttamento, se non addirittura essere incriminato, come è successo a un ragazzo di 13 anni in Afghanistan, che dopo essere stato stuprato è stato incriminato per "crimini morali".

Cosa fare
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Crimini indicibili per tanti motivi, in parte anche perché si tratta di una questione talmente delicata che sembrano mancare le "armi" per agire. Ma Save the Children invita invece a smetterla di tacere, e cominciare a fare. Sono molteplici le iniziative che possono essere messe in campo per cercare di limitare questo orribile "effetto collaterale". "Save the Children chiede ai Paesi del G8 di sviluppare una vera e propria barriera protettiva che separi i minori dalla violenza sessuale - dice Valerio Neri - un muro i cui mattoni siano servizi focalizzati sui bambini, empowerment della capacità dei minori e delle loro comunità di difendersi dalla violenza sessuale e di promuovere un cambiamento culturale, ma anche istituzionale normativo che garantisca loro protezione, implementare un sistema di monitoraggio sulla violenza sessuale.

I fondi umanitari per proteggere i minori
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Tuttavia, affinché questo muro venga eretto occorre che tutti i paesi del G8 considerino prioritaria l'allocazione dei fondi umanitari in interventi di protezione per il minori". Tanto per cominciare c'è da osservare come nel 2011 solo il 22% dei fondi umanitari sia stato investito per mettere in sicurezza ai campi profughi, dove donne e minori devono muoversi da soli, magari per andare a prendere la legna, in luoghi scarsamente illuminati. "Chiediamo, pertanto - conclude Neri - che organizzino un incontro entro la fine del 2013 su questo focus specifico.

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