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esteri

Lavoro stressante? Pausa sesso retribuita

Pubblicato su da Grunf

Un consigliere comunale del paesino svedese di Overtornea, a nord dell’Europa del Nord, si preoccupa delle mogli insoddisfatte, dei maschi troppo stressati dal lavoro per essere performanti a letto, dei danni alla salute derivanti da una scarsa attività sessuale e del calo delle nascite. La risposta a tutti questi problemi è una sola: una pausa di un’ora a settimana per fare sesso. Pagata dall’azienda, ovviamente, come la pausa pranzo.

 

Facendo un po’ di conti, sono circa 10 minuti al giorno. Non è chiaro se l’intenzione è quella di dotare aziende e fabbriche di una stanza del sesso, o se verrà concesso ai dipendenti di tornare a casa per fare l’amore. In tal caso, chi abita lontano si troverebbe un po’ in difficoltà.

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Francia, i campi di grano svenduti agli investitori cinesi

Pubblicato su da Grunf

Mussolini disse: << Attenti al pericolo giallo >> e di sicuro non metteva in guardia dagli alleati Nipponici. State attenti che questi piano piano si comprano anche i vostri culi.

 

Nel cuore agricolo della douce France, pochi giorni fa alcuni borghi sperduti del dipartimento dell’Allier, con vista sul Massiccio centrale, hanno appreso con stupore di essere stati «comprati» dai cinesi: un ricco investitore in arrivo da Pechino ha acquisito d’un botto 900 ettari di campi coltivati a grano. Keqin Hu era all’azione da tempo e brigava nell’ombra dello studio di un notaio locale. «Noi non ne sapevamo nulla – conferma Daniel Marchand, sindaco di Thiel-sur-Acolin, villaggio con poco più di 900 anime -. Non si è fatto vivo nessuno, tanto meno dei cinesi». 

 

 

Il precedente  

Hu aveva realizzato un «colpo» simile nel 2016, quando aveva messo le mani su altri appezzamenti a 230 chilometri a Nord-Ovest da qui, nel dipartimento dell’Indre, ancora a forte vocazione cerealicola. Possiede ormai in Francia duemila ettari. E non è sicuro che si fermi qui. Ma chi è Keqin Hu? Con un patrimonio di un miliardo di dollari, si trova alla guida di un gruppo (Reward) attivo nei settori più diversi, dall’immobiliare alla chimica. Su Internet sono visibili foto di lui che posa nei campi, stretto in improbabili vestiti di pelle. Un po’ goffo, in completo e cravatta, appare all’inaugurazione di un panificio in stile francese, «Chez Blandine», lo scorso 18 dicembre, in una torre avveniristica a Pechino. Sarà il primo di una lunga serie. Lo slogan: «Dal campo francese alla tavola cinese». 

 

Ex generale dell’esercito  

Ecco, per lanciarsi nel nuovo business, Keqin Hu ha iniziato a coltivare il suo grano e a fabbricarsi la farina direttamente in Francia, poi trasferita in Cina per sfornare croissant e baguette a uso e consumo di un ceto medio rampante. Solo questo? Christophe Dequidt, consulente nel settore, ha pubblicato un libro (dal titolo «Giro del mondo dei raccolti») sui sistemi agricoli di una quindicina di Paesi, Cina compresa. E a Pechino, due anni fa, incontrò Hu. «Mi disse chiaro e tondo che era un ex generale dell’esercito, riconvertito nel settore privato, ma che voleva agire nell’interesse della patria – racconta Dequidt -. Ha forti legami con il regime». «I cinesi – aggiunge – rappresentano il 20 per cento della popolazione mondiale ma hanno meno del 10 per cento di tutte le terre arabili. Negli ultimi anni si sono già accaparrati il 16 per cento dei campi in Australia. Per loro hanno un valore strategico. E stanno arrivando in Francia». Perché è la grande potenza agricola dell’Europa, soprattutto cerealicola. E perché, a causa della crisi del settore (si suicida un agricoltore ogni due giorni), ci sono campi disponibili e a prezzi che da sempre sono più bassi che altrove. «Nella Pianura Padana si viaggia sugli 80 mila euro all’ettaro – continua Dequidt -, che è la stessa quotazione della Germania o dei Paesi Bassi, mentre in Francia siamo su una media di 15 mila. Per questo stanno comprando i cinesi e forse presto arriveranno i sauditi, mentre altri europei, come belgi e olandesi, lo fanno già da anni». 

 

Agricoltori penalizzati  

Per lo specialista il fatto che investa pure Monsieur Hu, come lo chiamano da queste parti, può essere positivo, «ma dipende da quanti ettari comprerà e se sbarcheranno altri cinesi». Intanto, comunque, in Francia è già polemica, tanto più che negli ultimi dieci anni il 20 per cento delle terre è diventato proprietà di società anonime. Tale finanziarizzazione penalizza i giovani agricoltori: per loro tutto è già difficile e ora le quotazioni fondiarie rischiano di lievitare. Nell’Allier Hu avrebbe sborsato tra i dieci e i 12 milioni di euro: all’ettaro siamo tre volte sopra il livello del mercato. In Francia esistono organismi pubblici locali (Safer) che possono esercitare un diritto di prelazione a favore di altri acquirenti nel caso di transazioni di terre (proprio per difendere gli interessi di contadini locali, con meno mezzi a disposizione). Ma la regola vale solo quando si cede un’azienda in toto. Hu, invece, ogni volta ha chiesto di comprare la quasi totalità, ma non tutto, per sfuggire alla regola. Misterioso il nostro Monsieur Hu. E pure molto furbo. 

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Gli abiti di H&M? Li fanno i carcerati cinesi

Pubblicato su da Grunf

E voi dementi fans degli abiti firmati vi atteggiate con abiti prodotti dai galeotti.

 

Peter Humphrey è un ex reporter dell’agenzia “Reuters” ed ex investigatore privato che ad un certo punto della sua vita si è perso un po’. Titolare dell’agenzia “ChinaWhys”, con il colosso farmaceutico britannico “GlaxoSmithKline” fra i clienti, finì per essere arrestato nel 2013 con l’accusa di aver pagato tangenti a cliniche cinesi. Pochi giorni dopo, finì per confessare anche di aver “sottratto dati personali illegalmente”. Insomma, il suo perdersi l’ha scontato passando 23 mesi nelle prigioni di Qingpu, a Shanghai, in Cina. Quasi due anni di galera in cui ha guardato e annotato con cura tutto quello che gli passava sotto gli occhi, per poi tornare a casa e svelare ogni cosa ad un giornalista del “Financial Times”.

È il “plot”, come si usa dire nel mondo del cinema, di una storia che sta diventando un caso internazionale, gettando nell’imbarazzo colossi dell’abbigliamento come “H&M” e “C&A”, ma anche la multinazionale tecnologica statunitense “3M”, un gigante con 65 consociate, 80mila dipendenti e 75mila prodotti diffusi in 196 paesi diversi.

Secondo Humphrey, il carcere di Qingpu è in realtà il meccanismo sommerso di un business enorme, al servizio dei grandi gruppi citati qualche riga fa. Colossi, si affretta a specificare l’ex investigatore, che “potrebbero anche non essere al corrente che nelle carceri cinesi nascano buona parte dei loro prodotti”. In effetti, i vertici dei grandi nomi coinvolti hanno, almeno ufficialmente, strabuzzato gli occhi, facendo partire delle indagini interne alla ricerca della verità, ma prendendo anche le distanze dalla pratica di sfruttare il lavoro dei carcerati per le proprie produzioni. “H&M” ricorda che nel proprio protocollo non ammette il lavoro carcerario, seguita da “C&A”, che qualche caso sospetto era emerso, nel corso della revisione annuale delle 273 aziende a cui affidano lavoro.

Verifiche e controlli che si annunciano tutt’altro che semplici, visto che venire a capo di tutti i subappalti potrebbe richiedere anni di indagini da parte dei gruppi chiamati in causa.

Va anche detto, per completare il quadro, che l’occupazione dei carcerati non viola le regole dell’International Labour Organization, organizzazione delle Nazioni Unite specializzata nel verificare gli standard del lavoro, a patto però che la pratica non si trasformi in una redditizia forma di lavori forzati. A smentire almeno in parte questo ci sono le parole di Humphrey, che parla comunque di un pagamento mensile, per quanto irrisorio, pari 120 yuan (poco più di 15 euro) per il lavoro, con in più la possibilità di accedere anche ad uno sconto della pena.

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Niente profughi, siamo giapponesi: Tokio accetta solo 1 domanda su 100

Pubblicato su da Grunf

Tokyo, 19 feb – Perchè il Giappone, nonostante la proverbiale ricchezza, non è terra di destinazione per profughi? Perché le autorità del Sol Levante, dove probabilmente la propaganda sul modello Boldrini o Bonino non è (per fortuna loro) ancora arrivata, sono estremamente ligie nel vaglio delle domande. Tanto che ne viene accettata, in media, solo una ogni cento.

immigrazione profughi giapponeI motivi non sono solo “geografici”. Certo, il Giappone è lontano dalle grandi direttrici dell’immigrazione di massa. Ma ciò non ha impedito a ben 10000 richiedenti asilo di presentare (i dati diffusi in questi giorni fanno riferimento al 2016, anno nel quale le richieste sono aumentate del 44%) domanda per ottenere lo status da profughi. Se in Italia chi effettivamente ottiene l’agognato pezzo di carta è un’esigua minoranza, in Giappone i numeri sono ancora più bassi. Di quei 10mila, infatti, solo a 28 di essi il governo ha concesso l’asilo. Uno in più rispetto all’anno precedente. A questi se ne aggiungono altri 97 cui è stato consentito di rimanere in Giappone per motivi umanitari. Comunque la si veda, la cifra quella è: poco più dell’1% dei richiedenti viene effettivamente accettato come profugo. Per gli altri tanti saluti.

 

Il motivo? Le autorità nipponiche sono molto severe nel vagliare le domande dei (sedicenti) profughi, scoraggiando di fatto chi vorrebbe farsi passare per tale senza averne i requisiti. Una prassi assolutamente normale (laddove la normalità, sul tema, è spesso l’eccezione) e scrupolosa, ma non per questo non in linea con le convenzioni internazionali. E che sta dando i suoi frutti.

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Finalmente la Spagna mette al bando l'uso di animali nei circhi

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BERLINO, continua l'integrazione modello,guardate fa i suoi bisogni sull'autobus davanti a tutti come se nulla fosse!!

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Almeno quell'altro....

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Almeno quell'altro....

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#Renzi non twitta da due giorni...

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Il segretario socialista saluta gli immigrati e poi si pulisce la mano. ..per forza mica vuole prendersi la scabbia

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CINA, IL 64% DEGLI ABITANTI VORREBBE LA CHIUSURA DEL FESTIVAL DI YULIN

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