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cronaca

Casi irrisolti - L'omicidio di Maura Fondacci, un mistero lungo oltre venti anni

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14enne palleggia con un riccio fino a ucciderlo e poi posta tutto su Facebook, individuato dai Carabinieri

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Qualcuno lo scuserà.. 

Qualcun'altro prenderà le sue difese perché è un ragazzino..

IO NO! Se fosse per me questa sarebbe la punizione giusta per questo TESTA DI CAZZO!!! Per Lui e i suoi amici STRONZONI.

Una bella "Culla di Giuda" per gradire. Vi assicuro che non lo fanno più. 

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Le Iene: Filippo Roma cacciato via a sassate e a colpi di vanga mentre racconta il degrado capitale tra campi rom e roghi tossici

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Come se non bastasse l'aggressione a Moreno Morello e alla sua Troupe messo in atto da autentici STRONZI truffatori e delinquenti che pensano di essere nel giusto a vivere come sanguisughe.

Come se non bastasse dicevo... a pochi giorni di distanza si ripete a danno della troupe di Filippo Roma e questa volta sono quegli zingari che pensano che tutto gli è concesso e tutto gli è dovuto.

Noo "cari" zingari nulla vi è dovuto se non la galera...solo questo vi è dovuto e nient'altro.

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La storia di Emanuele Arcamone, 23enne scomparso l’8 Maggio 2013

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Anche a distanza di anni, il caso di Emanuele Arcamone, scomparso il pomeriggio dell’8 Maggio 2013, è tuttora aperto. Alcune testimonianze aprono diverse strade agli investigatori. Pare infatti che il ragazzo sia stato avvistato il giorno della scomparsa al porto, intento a comprare un biglietto per il traghetto che porta fuori dall’isola di Ischia. Non molto tempo dopo, il ragazzo sembrerebbe essere stato visto anche a Milano da un amico del padre, che però lo perde subito di vista. La storia di Arcamone compare anche in un servizio del programma Chi l’ha visto?, ma non porta a nulla di concreto. Mamma Lucia e papà Franco sono ancora oggi alla ricerca del figlio scomparso. Gli appelli infatti continuano: “Noi ti amiamo, siamo pronti a condividere ogni tua scelta” dichiara il padre di fronte al grande schermo.

La storia di Emanuele Arcamone, 23enne scomparso l’8 Maggio 2013

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Giovane morto sul lavoro a 22 anni: a processo il titolare dell'azienda

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Andare a lavorare è una gran rottura di palle...diciamocelo... Se poi ci devi anche morire per arricchire i soliti stronzi :(

BORGO TOSSIGNANO. È fissata per giovedì 8 marzo l’udienza preliminare che segue la richiesta di rinvio a giudizio per Cesare Galeotti, legale rappresentante dell’azienda “Italmicro” di Borgo Tossignano, a seguito dell’incidente sul lavoro del 21 novembre di due anni fa che causò la morte di Daniele Poggiali, ragazzo di 22 anni originario di Casalfiumanese morto all’ospedale Maggiore del capoluogo dopo tre giorni di ricovero nel reparto di rianimazione. Il giovane operaio stava lavorando sulla linea dell’ondulatore, quando rimase schiacciato da una pressa mentre era intento a reinserire il nastro di carta a seguito di una rottura.

L’accusa è quella di omicidio colposo per l’omessa applicazione delle misure di sicurezza, con aggravanti specifiche legate alla mancata formazione dei propri dipendenti.

 

Mancata formazione

Primo elemento contestato, il «non assicurare ai dipendenti la prevista, specifica e idonea formazione conseguente alla assunzione al lavoro», scrive il Sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Bologna Beatrice Ronchi nella richiesta di rinvio a giudizio, «in particolare in relazione all’utilizzo corretto della macchina giuntatrice sulla linea di produzione del cartone».

 

Uso non conforme

A seguire, il «mancato utilizzo della macchina giuntatrice in modo conforme a quanto previsto nel manuale "Uso e manutenzione" fornito dalla ditta», aggiunge la Ronchi, «che indica che l’operazione di infilaggio carta -cioè di re-inserimento del nastro di carta a seguito di rottura- deve essere eseguita da un solo operatore».

 

Valutazione rischi non aggiornata

Infine, il «non aver provveduto ad aggiornare il documento di valutazione dei rischi per gli operatori addetti alla macchina giuntatrice», continua il documento, «prevedendo misure di prevenzione e protezione finalizzate a tenere sotto controllo i pericoli determinati dall’uso difforme rispetto a quanto previsto dal costruttore».

 

Dinamica

L’insieme dei tre elementi «faceva sì che gli operai Poggiali Danilo e L. L. utilizzassero insieme la predetta macchina giuntatrice», osserva il Pubblico ministero, «e che, al momento della rottura del rotolo di carta, mentre L. operava sul quadro comandi, Poggiali salisse in piedi sopra i bracci del porta bobine sottostante per attuare l’operazione di re-inserimento del nastro di carta nei rulli della giuntatrice». In quel momento «L., non potendo dalla sua postazione vedere il posizionamento del collega e operando in un ambiente molto rumoroso, non coordinandosi con le operazioni del Poggiali, azionava lo spostamento verso sinistra del carro-scorta senza che il Poggiali potesse sentire il segnalatore acustico (e quindi scendere dai bracci o spostare la testa prima che il carro-scorta si mettesse in moto)», prosegue la Ronchi, «causando lo schiacciamento della testa del Poggiali tra i rulli mobili in acciaio».

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Cuccioli stipati in gabbie: sequestrati 59 cani sull'A1 a Cassino

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Gli animali, di diverse razze, erano destinati al mercato clandestino. Quando sono stati trovati dagli agenti della Polizia stradale erano in pessime condizioni

 

Uno sopra l'altro, stipati in piccole gabbie simili a quelle usate per gli uccelli. Sono stati ritrovati così 59 cuccioli di cane, salvati dagli agenti della Polizia stradale sull'autostrada A1 a Cassino, comune della provincia di Frosinone.

Chiusi in auto

I 59 animali, di diverse razze, viaggiavano rinchiusi nei piccoli contenitori all'interno di un'automobile. La vettura, con due uomini a bordo, è stata fermata per un controllo dagli agenti della Polizia stradale della sottosezione del distaccamento di Cassino, comandato dal sostituto commissario Giovanni Cerilli. Gli agenti si sono insospettiti a causa dei guaiti provenienti dall'interno della macchina. 

Il mercato clandestino

Quando hanno aperto l'abitacolo, i poliziotti hanno trovato 59 cuccioli di bulldog francese, carlino, barboncino, spitz, volpino, tutti di circa 50 giorni di età e in pessime condizioni. A quanto pare dalle prime ricostruzioni degli inquirenti, i cuccioli erano destinato ad essere venduti nel mercato clandestino di animali.

Denunciati due uomini

I cuccioli sono stati quindi sequestrati dalle autorità e già dati in affidamento a una associazione mentre i due uomini che guidavano l'automobile, rispettivamente di 35 e 50 anni, sono stati denunciati per maltrattamenti di animali.

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Persecuzione e violenza sessuale sul lavoro: industriale condannato

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Non dicono mai i nomi di questi Stronzi

È stato condannato a un anno e sei mesi di carcere l’industriale modenese 64enne accusato di persecuzione e violenza sessuale verso una sua dipendente. La condanna riguarda solo un caso di palpeggiamento che secondo il Collegio del Tribunale è stato provato, mentre è stato assolto per il reato di maltrattamenti in famiglia, il reato che ancora oggi in Italia definisce il mobbing, e prosciolto per le altre molestie sessuali perché le denunce sono state fatte troppo tardi. L’industriale del settore tessile abbigliamento avrà la pena sospesa solo se pagherà la provvisionale immediata alla sua vittima stabilita in 5mila euro. È probabile che ricorra in appello.
 

L’inferno sul lavoro 


Il caso trattato è purtroppo ancora frequente nelle fabbriche e negli uffici. Sotto accusa era il proprietario e amministratore di una nota impresa del settore tessile di medie dimensioni fallita nel 2016 dopo un concordato. L’industriale aveva intrecciato una relazione con una sua dipendente di fiducia che grazie ai suoi riconosciuti meriti professionali aveva scalato le posizioni all’interno dell’azienda: iniziando da operaia a 16 anni, a 40 anni aveva ricoperto un ruolo di responsabile di stabilimento all’estero. Tra i due era nata una relazione clandestina ma sporadica, terminata, dopo qualche anno, nel 2011 per la situazione frustrante provata dalla donna. Da allora, pur lavorando vicino al titolare, ha troncato ogni legame privato, nonostante le insistenze e i messaggi dell’uomo. Quando la moglie di questi – socia di minoranza – ha scoperto la relazione già terminata, per la dipendente è iniziato l’inferno, alimentato dalla presenza della figlia del suo capo (anche lei dipendente) che non ha esitato anche di minacciarla di morte davanti ai colleghi durante una riunione. Le è stato rubato il cellulare in ditta. Le minacce e le offese sono diventate sempre più frequenti, anche in pubblico. Finché lo stress, l’ansia e l’angoscia hanno prevalso. Sono seguiti periodi di malattia e poi il licenziamento per stato di crisi. Ma prima di arrivare a tanto, per una donna che viveva dello stipendio e pagava un mutuo casa, uno degli ultimi giorni è avvenuto un episodio ancora più grave e umiliante, da lei denunciato: il suo titolare l’ha palpeggiata mentre lavorava. E quando lei si è ritratta impietrita, le ha detto sorridendo che era solo uno scherzo.
 

Manca la prova  

Questi i fatti, ma in tribunale l’accertamento si è svolto considerando un macchinoso reato non ancora superato da una legge specifica sul mobbing: è il maltrattamento in famiglia (perché l’azienda è ritenuta una famiglia...). E in questa veste non sono bastate le prove portate. Il pm Claudia Ferretti ha chiesto l’assoluzione anche per un altro motivo. Gli episodi di persecuzione - a fonte di un innegabile grave disagio psichico della vittima certificato dai medici - sono stati provocati da moglie e figlia, non dall’industriale. Tranne quando l’ha spostata in un ufficio lontano dal suo facendo tinteggiare le vetrate di bianco. Ma moglie e figlia non erano imputate. «Altre condotte persecutorie non ne vedo. Non riesco a ritenere provato il reato», ha concluso il pm.
 

“Ha lasciato fare”  

Per la vittima, parte civile al processo, l’avvocato Roberto Ghini ha all’opposto sostenuto che era ben visibile il costante comportamento omissivo dell’industriale: sapeva tutto, per mesi ha assistito a soprusi quotidiani, minacce, ingiurie di sua moglie e sua figlia ma non ha detto né fatto niente. «Eppure aveva diritto di intervenire - ha detto in disaccordo col pm – perché il datore di lavoro ha il dovere di impedire la vessazione di una dipendente. È vero che la vittima non è stata demansionata di ruolo ma alla fine è stata da lui allontanata d’ufficio e isolata. L’ha messa in castigo». L’aggressione sessuale denota arroganza e mancanza di ogni senso del dovere del datore di lavoro con la dipendente. In questo senso, Ghini l’ha ritenuto non solo un reato sessuale. Questa vessazione, ha concluso, ha lasciato danni non solo psichici (ansia, paura, depressione) ma ha cambiato la vita della vittima.
 

Una “mano malandrina” 


Il difensore, avvocato Stefano Giovanardi, si è appoggiato alla richiesta di assoluzione del pm per i reati tipo-mobbing. L’industriale, ha spiegato, andava capito: era tra l’incudine e il martello, tra l’ex amante che lo teneva lontano ma lavorava con lui e la moglie infuriata per il tradimento. «Cercava di proteggerla», ha spiegato. Poi a proposito di quella che ha definito «la mano malandrina» dell’industriale, ha detto che la vittima ha avuto una percezione sbagliata, ha esagerato nella descrizione: è possibile che l’uomo passasse in un punto stretto e l’abbia toccata per sbaglio e non con la mano aperta. 


La vittima: “Le donne non ignorino i segnali, anche piccoli”  

«Sono soddisfatta dell’esito del processo anche se purtroppo non è stata provata la mia persecuzione sul lavoro – dice la ex dipendente vittima, parte civile al processo, che oggi svolge un’identica mansione in un’altra ditta – ne approfitto per lanciare un messaggio alle donne che subiscono persecuzioni e molestie sul lavoro, sia dai superiori che dai colleghi. Non sottovalutate mai qualsiasi segnale, anche se piccolo, come una frase o un ammiccamento o una battuta, perché se questi segnali diventano continui possono facilmente sfociare in qualcosa di pesante se non grave, come successo a me. Vanno fermati. Lo so, ci vuole coraggio. Anche io ho avuto molto timore all’inizio, avevo dubbi se procedere con una denuncia perché temevo ritorsioni anche se non ero più dipendente di quell’uomo. Ci vuole coraggio, dicevo, ho dovuto affrontare tutto questo da sola anche se sono timorosa di natura. Questa volta però ho trovato la forza dentro di me per cercare giustizia, perché questa persona non riuscisse a farla franca».
 

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Arona, automobilista aggredita da un gruppo di ragazzi

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Arona, automobilista aggredita da un gruppo di ragazzi

Non ci sono parole per descrivere questi inutili

IDIOTI

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La bocciofila contro gli zingari: «Basta furti e accampamenti»

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„Io voglio la rivoluzione contro gli extracomunitari clandestini! Voglio la pulizia dalle strade di tutte queste etnie che distruggono il nostro Paese! Voglio la rivoluzione nei confronti dei nomadi, dei zingari! Ho distrutto due campi di nomadi e di zingari a Treviso, non ci sono zingari! Voglio eliminare tutti i bambini dei zingari che vanno a rubare dagli anziani. Voglio tolleranza a doppio zero, Maroni dice "a zero", io voglio "a doppio zero"
Cit. Giancarlo Gentilini

La bocciofila contro gli zingari: «Basta furti e accampamenti»

«Siamo stufi di vivere in mezzo a questa gentaglia. Il Comune intervenga e ce li tolga dai piedi una volta per tutte». Al grido d’allarme dei residenti di Cit Turin si aggiunge ora quello degli enti e delle associazioni. Il problema? Sempre lo stesso: gli zingari. Il manipolo di nomadi ha ormai il controllo totale dell’intera area verde di fronte al Palagiustizia e non se ne vuole più andare.

Fanno praticamente di tutto: rubano, bruciano, sporcano e infastidiscono chiunque passi di lì. A pagare la tassa più salata della loro presenza sono i soci della bocciofila Artiglieri di Montagna, che hanno il campo da bocce e la struttura proprio a fianco dell’accampamento abusivo.

«Siamo stati più volte vittime di furti e ci hanno anche rovinato la rete del campo – spiega Vincenzo Maira, presidente della bocciofila – mentre l’altro giorno hanno distrutto una panchina e usato le assi in legno per farci il falò». E avrebbero fatto lo stesso anche con un’altra panca, se uno dei soci non li avesse fermati prima che la rompessero. «Ma non possiamo andare avanti così – lamenta Maira – perché tutti i pomeriggi accendono fuochi e non si riesce nemmeno a fare una partita a bocce».

E questo senza tralasciare i vestiti che penzolano sull’area giochi dei bimbi e il cibo sparso dappertutto. Poi ci sono i ripostigli: oltre a un vecchio contatore del gas trasformato in magazzino, gli zingari hanno sistemato le masserizie anche nei tombini. «Sono profondi due metri e quasi tutti pieni – raccontano i soci mentre ne alzano uno – e una volta abbiamo visto uno dei loro ragazzi calarsi in profondità con i sacchi».

Dei nomadi ne hanno piene le tasche anche al Cit Turin e al centro d’incontro Cit Turin San Paolo. «Sono sempre più numerosi – spiega il presidente dell’associazione sportiva, Angelo Frau – perché alla famiglia originaria se ne sono aggiunte altre». Di tutta la questione la Circoscrizione è ovviamente al corrente: «Conosciamo bene la problematica – afferma il consigliere Pd della Tre, Valentino Magazzù – e solleciteremo il Comune affinché intervenga al più presto. Nel frattempo ne discuteremo in consiglio e mi occuperò personalmente di effettuare un sopralluogo in loco».

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Via Orzinuovi, nomadi terrorizzati dopo il rogo: «Vogliamo più controlli»

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Via Orzinuovi, nomadi terrorizzati dopo il rogo: «Vogliamo più controlli»

AhAhAhAh hanno paura dei beceri "razzisti" 

Quando andate a rubare e rompere i coglioni al mondo

intero non avete paura Eh?

Se la situazione sta sfuggendo di mano è solo colpa vostra e del vostro modo di vivere che fa cagare.

Siete nomadi? a che cazzo vi serve un campo??? Girate e possibilmente fuori dall'Italia

 

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